Alberi a Natale

Quest’anno non addobbarli….piantali!

E anche quest’anno siamo arrivati a Natale. E come tutti gli anni migliaia di abeti saranno tagliati per stare nelle case, addobbati con mille colori e luci per un mese, per poi essere buttati via e smaltiti a spese della collettività.

Certo, c’è chi poi li ripianta, c’è chi si sottrae a questa pratica usando gli alberi artificiali e l’ambiente è salvo. 

Ma si può fare di più. Si può cambiare il paradigma ribaltando completamente il rapporto uomo/albero dalla logica di prendere a quella di dare qualcosa al nostro pianeta che poi, di conseguenza, ci ritorna indietro come risorsa.

Mi spiego meglio.

Da quest’anno, con l’amico Andrea Battiata di Orto Bioattivo, abbiamo pensato e messo in piedi un modo per piantare alberi, con tutti gli effetti benefici che derivano, e fare beneficienza. Tutto con una sola azione, semplice e virtuosa.

In pratica, chiunque volesse legare alla tradizione dell’albero di natale una buona azione, può investire 30,00 € per piantare un albero da frutto, a cui verrà associato il proprio nome e l’eventuale dedica, che verrà annaffiato, curato e coltivato dall’organizzazione, ricavandone i frutti che poi saranno venduti attraverso la rete di Orto Bioattivo. Dei 30,00 € investiti, 10,00 € andranno in beneficienza, insieme ad una quota dei proventi ricavati dalla vendita dei frutti.

Quindi non si tratta di un atto compiuto una tantum, a Natale perchè siamo tutti più buoni, ma di un’operazione a lungo termine che darà frutti per molti anni, oltre ai benefici intrinseci che un nuovo albero porta in città.

Solo per elencarne alcuni c’è l’aspetto educativo del riavvicinamento alla terra, con il rinnovato rispetto che ne deriva; c’è l’aspetto economico della produzione di frutta da filiera corta sostenibile, quello politico-sociale dell’agricoltura urbana di prossimità, con tutte le sue ricadute ambientali, quello ambientale in senso stretto del miglioramento della qualità dell’aria e dei suoli, quello sanitario della riduzione delle patologie legate all’inquinamento dell’aria e del cibo, fino al benessere percettivo e visivo che un albero favorisce.

Piantare alberi con questa modalità è già possibile, sia aderendo a campagne specifiche come quella del File, a cui andrà la quota di beneficienza, sia contattattando direttamente Orto Bioattivo. Il contatto è sempre lo stesso: ortobioattivo@gmail.com oppure Andrea Battiata 335 470 535. I siti sono: www.ortobioattivo.com e www.leniterapia.it.

Ma la cosa interessante è che con questo sistema si potranno avviare campagne ad hoc, individuando i soggetti a cui destinare la beneficienza, il tema dell’iniziativa specifica, le aree in cui insediare le piantagioni, anche mettendo a disposizione aree incolte, sia private che pubbliche

Per ora sono disponibili le aree di Orto Bioattivo ma stanno già arrivando richieste da parte di altre aree private e sono in corso colloqui con le Amministrazioni territoriali per avere in gestione aree pubbliche mediante convenzione.

Ancora due parole per spiegare il progetto e dove affonda le sue “radici”.

Oggi si fa un gran parlare di forestazione urbana, grazie soprattutto al lavoro di Stefano Mancuso che ha saputo trovare i giusti grimaldelli per aprire le coscienze del popolo al corretto rapporto con il mondo vegetale, invertendo una tendenza di sfruttamento e saccheggio di un pianeta ormai allo stremo.

Purtroppo però, come spesso accade quando c’è sovraesposizione mediatica, il rischio di travisare il messaggio è molto forte. E allora accade che ci sia una corsa all’albero, a piantare qualsiasi cosa ovunque, di qualsiasi dimensione, in qualsiasi terreno, in qualsiasi stagione… con un’unica ragione: farsi un selfie e postarlo sui social!

L’espressione “forestazione urbana” è stata presa alla lettera come un monito urgente, una chiamata all’azione da soddisfare al più presto, senza aspettare (e riflettere) nemmeno un minuto, senza mettere in conto in alcun modo il rischio di sbagliare…. e infatti molti errori sono stati fatti e altri si rischia di farne.

Si sono viste campagne contro i pini in città, perchè pericolosi in occasione degli urgani, abbiamo visto piantare “alberi” che erano tali sulla fiducia essendo steccolini di pochi centimetri, abbiamo visto piantare specie “autoctone” solo da qualche decennio e specie esotiche perchè “non sporcano”. Abbiamo visto alberi piantati, seccare dopo poche settimane  per mancanza di irrigazione e altri irrigati male, senza seguire le prescrizioni degli esperti. Abbiamo visto alberi con la base del tronco soffocata da asfalto o cemento o pavimentazioni, senza la necessaria aiuola di terreno libero, permeabile alle piogge e all’aria, magari protetto dal calpestio con una grata metallica come se ne vedono tante all’estero.

E allora mi sono fermato a riflettere e a ragionare confrontandomi con l’amico Battiata.

Innanzitutto mi sono chiesto: perchè forestazione urbana? Perchè dal 2018 abbiamo varcato la soglia del 50% di abitanti del pianeta che hanno scelto di vivere nelle città?

Eppure gli esperti, i soloni, gli studiosi e iricercatori di mezzo mondo parlavano di autostrade informatiche che avrebbero fatto viaggiare i bit e non le persone che, allora, usando il telelavoro sarebbero rimaste a casa fuori città, nelle aree più vivibili del pianeta. E anzi qualcuno diceva che ci sarebbe stata un’inversione di tendenza, dal fenomeno migratorio dalla campagna verso la città, che ha caratterizzato gli anni dal secondo dopoguerra in poi, si sarebbe assistito alla fuga dalle città, verso il ripopolamento dei piccoli borghi abbandonati e delle campagne, con una riscoperta degli antichi lavori, degli antichi saperi e degli antichi stili di vita.

 E invece tutto questo non è successo, se non per casi isolati e marginali in una visione globale.

Non è successo perchè le autostrade informatiche, almeno in Italia, non le hanno costruite. Le connessioni digitali, per qualità e diffusione capillare, sono di gran lunga migliori in città e ancora insufficienti in campagna. Il bisogno di relazioni, digitale e umana, virtuale e reale, vede le città ampiamente più appetibili rispetto ai territori extraurbani.

E allora, avendo fallito nella strategia di fuga dalle città, si è pensato di portare la campagna in città, con l’agricoltura urbana prima e con le foreste poi.

Detto questo, mi sembra evidente che a mio parere la scelta migliore sarebbe quella di portare la città nella foresta e non il viceversa ma, non essendo io un decisore politico e tento meno un influencer, ho diretto la mia riflessione sulla modalità migliore e più corretta di seguire la tendenza, ormai inarrestabile, della forestazione urbana.

Sono partito dalle due parole: forestazione e urbana. E mi sono detto che per agire bene serviva chi si occupa di foreste e chi si occupa di città. La telefonata all’amico Andrea, che ispirandosi alla foresta pluviale amazzonica, ha inventato un orto che si basa sugli stessi principi e modelli, è stata immediata.

Lui ha subito convenuto con me che l’aspetto urbano non potesse essere sottovalutato o tenuto in secondo piano rispetto a quello forestale perchè inserire l’elemento verde in città, e farlo convivere con il tessuto urbano e sociale, beneficiando delle sue ricadute ricadute positive, superando il concetto di standard urbanistico che ha portato a definire verde pubblico attrezzato dei fazzoletti incolti con una panchina e un lampione, è operazione non banale.

Per fare questo occorre qualcuno che si occupi quanto meno di progettazione a scala urbana, che individui gli spazi adatti a ricevere nuovi alberi, e che sappia disporli secondo un disegno di paesaggio urbano.

Poi occorre anche qualcuno che sappia individuare la tipologia di suolo, di esposizione climatica e meteorologica, per poter scegliere il giusto tipo di albero, che possa attecchire e svilupparsi nel suo processo vegetativo migliore e, nel caso degli alberi da frutto, più produttivo.

Quando tutte queste figure sono coinvolte e lavorano in sinergia, coinvolgendo i cittadini e gli altri attori della città, si crea un progetto a lungo termine in cui si instaura il rapporto con l’albero per anni e non ci si limita al solo piantarlo, magari solo per avere visibilità in un evento mediatico. Quello di cui c’è bisogno invece è riscoprire una nuova dimensione possibile in cui sviluppare il rapporto tra ambiente naturale e ambiente costruito, compatibile e coerente con le istanze del vivere contemporaneo.

Altrimenti, il rischio è di essere risucchiati in atteggiamenti di nostalgia per il passato o di essere catapultati in dimensioni futuribili, dominate dalla tecnocrazia che dovrebbe risolvere tutti i nostri problemi… dopo averli creati.

E invece l’atteggiamento giusto a mio avviso è proprio quello di Giano, la figura mitologica bifronte che guarda indietro per andare avanti… guarda cioè al passato, alla storia, all’esperienza per trarne materia prima su cui porre le basi per costruire il futuro.

In questo senso recuperare il rapporto di stretto contatto con la terra, con le stagioni, con il clima e la natura che ci offre i prodotti dell’alimentazione sana, riscoprire i ritmi lenti della vita naturale, scanditi dai cicli del sole, da sostituire progressivamente a quelli frenetici della vita industrializzata e artificiale, può diventare un elisir di benessere e lunga vita…

Dunque, buona vita a tutti!   

e.r.g.o.

p.s.: e.r.g.o. è l’acronimo del mio nuovo essere digitale e significa egidio raimondi green optimizer… quello che faccio lo spiego nelle sezioni del blog e nei prossimi post!

Se non vuoi aspettare e hai qualcosa di urgente da chiedermi non esitare a contattarmi scrivendomi a egidio@egidioraimondi.com oppure lascia un commento.

Related Posts

digito ergo sum Digito E . R . G . O . Sum 22/09/2017
Copenaghen 02/12/2019

Leave a Reply