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    Parigi…reloaded.

    E.R.G.O.By E.R.G.O.18 Maggio 2019Updated:19 Maggio 20256 Mins Read
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    Com’è cambiata la città in 27 anni e come sono cambiato io, allora giovane studente Erasmus?

    Era il 1991 quando mi fu proposto di aderire al programma Erasmus trasferendomi per qualche mese alla Ecole d’achitecture Paris La-Villette e io accettai in pochi secondi.

    Eravamo in piena Guerra del Golfo e la città era zeppa di forze dell’ordine e controlli serrati, ricordo i corpi speciali nel metro, in assetto antisommossa e dobermann inquieti, difficili da tenere al guinzaglio.

    Dopo tutto questo tempo mi diverto a fare un’operazione di verifica su come e quanto la città sia cambiata, nella sua edilizia, nell’assetto urbanistico, nel tessuto sociale, nell’identità.

    E allora ripercorro i luoghi del mio quotidiano di allora e, preso il metro alla Gare de Lyon affioro a Chatelet-Les Halles

    dove trovo il primo grande cambiamento: il Forum non c’è più! è stato appena coperto con una sorta di carapace in vetro e metallo bronzeo che accoglie e protegge le persone in quello che Emile Zola definì il “ventre di Parigi”. 

    Lavori appena conclusi, progetto selezionato mediante concorso (ben due concorsi per due trasformazioni del vecchio mercato ottocentesco a cui assisto nel corso del mio mezzo secolo di vita) e risultato eccellente! sicuramente migliorativo rispetto alle balze in acciaio bianco del vecchio Forum.

    La copertura è fatta di scaglie/squame he lasciano ampi spazi per la ventilazione, pur riparando dagli agenti atmosferici e, tutt’intorno, getti d’acqua atomizzata che migliorano il microclima in estate. I cambiamenti climatici e la resilienza della città pare siano stati proprio tra gli input del progetto.

    A Parigi poi ci sono i parigini che, appena fai qualcosa di nuovo, loro ne approfittano e la esaltano, alzano l’asticella, la amplificano e la riempiono di senso artistico, estetico, culturale…

    Ed è così che capita di vedere una coppia di ballerini danzare nella nuvola d’acqua con il coreografo che li guida e un operatore che li riprende, anche lui a piedi nudi nell’acqua: c’est Paris!

    A pochi metri da Les Halles il Centre George Pompidou, Icona inossidabile (anche perchè correttamente sottoposto ad interventi di manutenzione programmata) dell’architettura-macchina. Un’astronave , soprattutto nella sua versione notturna, atterrata nel quartiere Beaubourg dopo aver ruotato vorticosamente in modo da buttare fuori, in un moto centrifugo, tutti gli impianti, le strutture, le scale… lasciando il ventre interno completamente vuoto e disponibile ad accogliere ogni tipo di allestimento.

    Archetipo ormai irripetibile e sempre attraente e accogliente per chiunque si trovi a passare da quelle parti.

    Il Marais resiste strenuamente alla gentrification che ha ormai completamente assalito e cannibalizzato il Quartiere Latino e molti dei lungosenna.

    E’ la delusione più grande che provo tornando in questa città. Un quartiere Latino in cui la movida era tale da non accorgersi del tempo che scorreva, e arrivare alle cinque del mattino credendo che fossero ancora le nove di sera…. Un quartiere che aveva carattere, che ti faceva immaginare di incontrare Baudelaire, Rimbaud, Victori Hugo, Honore de Balzac, Proust, Cèline, Van Gogh…. girando l’angolo. Oggi sembra di essere a Venezia, a Roma o a Firenze, con bar, crèperie, ristoranti di ogni sorta, con tanto di buttadentro armati di menu e facciatosta, senza soluzione di continuità. Non più artigiani, artisti, librerie, gallerie, spazi autentici e legati ad un’identità, purtroppo ormai perduta.

    Lo stesso vale per i lungosenna, soprattutto in zona Trocaderò – Tour Eiffel, dove masnade di turisti si ingozzano di bibite gassate e cibo spazzatura vomitato dai chioschi con le insegne delle multinazionali del colesterolo e della cellulite!

    Uno sprawl commerciale senza senso, a parte per i lucrosi affari degli operatori, che uccide il carattere di una città con prati sintetici, ombrelloni brandizzati, sedie e tavolini di plastica dozzinale, bateau-mouches grandi come transatlantici che contengono quasi mille persone, ammassate come bestiame e letteralmente spennate per pochi minuti di vista attraverso vetri sporchi e appannati, inondati da odori umani e vociare assordante.

    Un altro edificio che gode di ottima salute è l’Institut du Monde Arabe, geniale sintesi tra forma e funzione, simbolismo e tecnologia, tradizione e innovazione, pensato da Jean Nouvel sempre in quel periodo d’oro di circa un trentennio fa. I diaframmi metallici creano una cortina modulare e di grande impatto per la forza della reiterazione dello stesso disegno.

    Ma è dall’interno che si rimane senza parole per l’effetto di modulazione della luce diurna che le migliaia di diaframmi meccanici creano, muovendosi in sincrono come se l’edificio fosse un organismo vivente che … “respira”.

    Il musée des arts premiers, meglio noto come musée du Quai Branly è il capostipite di quella che sta diventando la tendenza più diffusa nel mondo. Il green wall o verde verticale, da cui sono nati tanti esperimenti fino al nostrano Bosco verticale a Milano, viene qui declinato con specie vegetali che disegnano linee sinuose di toni diversi e densità differenziate, incorniciando le grandi aperture che danno sulla Senna. La sinergia tra Nouvel, il paesaggista Gilles Clèment che ha realizzato il giardino di 18.000 mq, con il “giardiniere” Patric Blanc che ha pensato il muro verde da 800 mq, hanno dato vita all’ennesimo archetipo dell’architettura contemporanea. Aperto nel 2006 è fonte di ispirazione continua per sperimentazioni in ambito di forestazione urbana e, in generale, di diffusione del verde in città come elemento di mitigazione microclimatica, posto sugli edifici sia in verticale che come giardino pensile in copertura.

    Se penso al fatto che Jean Nouvel lo aveva immaginato ben prima per l’edificio in viale Belfiore, ex area Fiat, a Firenze e poi è sfumato tutto… divento verde!

    Anche il Parc de La Villette regge bene i suoi anni. Les Folies di Bernard Tschumi sono intatte, nelle loro varianti di acciaio rosso, l’asse distributivo principale con la sua lunga tettoia ondulata in lamiera, è in ottimo stato. E qui mi affiora subito la domanda che ci sentiamo fare continuamente, quando pensiamo all’acciaio come materiale da costruzione: e la manutenzione? Ebbene d’ora in poi risponderò: chiedetelo ai francesi!

    Rispetto a trent’anni fa, oltre alla Cité des Sciences e de l’Industrie, alla Gèode, a Les Folies, ecc… due nuove architetture si aggiungono al sistema.

    Una grande hall in acciaio, ghisa e vetro, antico mercato completamente recuperato a funzioni commerciali, culturali e ricreative e un nuovo auditorium-parco della musica, atto conclusivo del masterplan concepito allora da Christian de Porzamparc. 

    Un volume che sembra cambiare forma continuamente, con un rivestimento in metallo a squame, che va dal nero al cromo lucido, disegnando sfumature e pattern che non ti stancheresti mai di guardare. Una sinfonia di forme che è possibile vedere da tutte le dimensioni, girandoci intorno, entrandoci dentro, passandoci sotto…. a piedi, in skate, in biciletta, sulle scale mobili…

    Concludo registrando che la Samaritaine, grande magazzino come la più famosa Galèrie Lafayette, è oggetto di un grande intervento di ristrutturazione da parte della nuova proprietà cinese, e vi do appuntamento ad altri articoli. Uno sulla Parigi dall’alto, vista dai tanti edifici panoramici e un altro dedicato alle mie riflessioni sulla triste vicenda di Notre-Dame, in cui pare che alla fine si possa cadere in una di quelle situazioni in cui tipicamente “la pezza è peggiore del buco”!

    Intanto attendo i vostri commenti a questo articolo.

    e.r.g.o.

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